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Settebre è arrivato.
Capitolo 22 – La prova dell'asfalto
La prima settimana di settembre portava con sé un’aria diversa.
Non era solo il cambio di stagione: era la tensione sottile che precede i momenti grandi, quelli che ti restano addosso per sempre.
L’E36 era finita. Ogni bullone serrato, ogni cablaggio passato due volte. Mancava solo una cosa: sentirla viva.
Il problema era dove.
Serviva un tratto di strada chiusa, almeno un chilometro, dritto, senza occhi indiscreti.
Fu allora che Lele si ricordò di Chicchi il Bello, un tipo col sorriso furbo e la giacca troppo stretta, proprietario di una ditta che faceva manutenzioni stradali.
Quando gli spiegarono la cosa, Chicchi rise.
«Un chilometro dici? A Mirano ho una zona industriale che la domenica pare il deserto. Mettiamo due transenne, un paio di operai che fingono di scavare, e via.»
«E se arriva qualcuno?» chiese Max.
«Se arriva qualcuno, gli dico che c’è una perdita di gas. E che è meglio stare alla larga.»
Così, la domenica successiva di primo mattino, il carrello arrivò davanti al rettilineo deserto.
Il sole stava appena bucando la foschia del mattino. L’aria sapeva di fieno e benzina
Gli “operai” di Chicchi, con giubbotti arancioni e badili puliti, si disposero ai due capi della strada, mentre il resto del gruppo scaricava la macchina.
Il silenzio era quasi irreale.
Alex si infilò la tuta, poi si sedette al posto guida.
Le cinture a quattro punti si chiusero con un click secco.
Lele e Max gli giravano intorno come due meccanici di Formula 1 prima del via.
«Pompa benzina, on.»
«Corrente ai circuiti, ok.»
Alex poggiò il dito sul pulsante di accensione.
Un colpo secco.
Il motore si destò con un ringhio basso, profondo, quasi animalesco.
Un brivido attraversò tutti.
Il cofano era ancora aperto, Lele con la testa dentro, Max con il laptop collegato che osservava parametri e grafici come se stesse leggendo una mappa stellare.
Nessuno parlava. Solo il battito regolare del sei cilindri, che sembrava respirare.
Lele si chinò allo sportello.
«Allora bocia… sembra tutto in ordine. Fatti due giri tranquilli, vediamo che non si rompa niente
Alex annuì. Max scollegò il cavo, il cofano si chiuse con un tonfo.
«Sta attento» disse Max, ridendo «Che la frizione non perdona… e le marce te le devi conquistare!»
La belva si mosse a strattoni, poi trovò il suo equilibrio.
Alex fece un paio di passaggi tranquilli, il motore che saliva piano, controllato. Gli “operai” ai lati fingevano di scavare, ma tenevano gli occhi fissi sulla macchina.
Quando tutto raggiunse la temperatura giusta, Alex rallentò, come per un altro giro di controllo.
Poi, improvvisamente, scalò dalla terza alla seconda.
Il motore urlò.
Non era un urlo meccanico, era qualcosa di vivo: un boato metallico che attraversava l’aria.
Le marce entravano secche, precise, come colpi di fucile.
L’E36 volava sul rettilineo, e per un attimo sembrò che anche il tempo avesse smesso di correre.
Era un caccia da guerra travestito da coupé.
A duecento metri dalla fine, Alex pestò i freni.
Le pinze a quattro pistoni morsero i dischi forati da 330 mm, e l’auto si inchiodò in linea perfetta, come se obbedisse solo a lui.
Poi, con calma glaciale, comunicò via interfono:
«ragazzi… provo la partenza.»
Prima marcia.
Motore a cinquemila giri.
Lo scarico sparava come una mitragliatrice.
Quando mollò la frizione, l’E36 schizzò in avanti con una violenza che fece vibrare l’asfalto.
Le marce salivano a raffica, una dopo l’altra, e per un istante parve che le saldature potessero saltare.
Poi, il silenzio.
L’eco del passaggio svanì tra i capannoni.
Nel momento in cui Alex tornò al punto di partenza, scese con lo sguardo perso, come se avesse appena parlato con Dio.
Lele e Max lo aspettavano in piedi, le mani sporche, il cuore pieno.
Non servivano parole: avevano capito che la macchina era pronta.
Chicchi arrivò correndo, col telefono in mano e l’aria agitata.
«Ragazzi, è meglio che ce ne andiamo. I “passaggi in volo radente” hanno attirato un po’ di gente. C’è chi ha già tirato fuori i cellulari.»
Lele rise, soffiando il fumo di una sigaretta.
«Allora vuol dire che canta bene. »
Caricarono l’E36 sul carrello e sparirono in fretta, lasciandosi dietro solo il rumore delle gomme sul brecciolino e un odore di benzina nell’aria.
La belva era sveglia. E da quel momento, niente sarebbe più stato come prima.
Capitolo 23 – La quiete prima della tempesta
Il carrello era parcheggiato dietro il capanno rosso.
L’E36, coperta da un telo grigio, sembrava dormire.
Dentro, il calore del giorno aleggiava ancora tra le pareti, mescolato all’odore di olio, metallo e legno.
Lele era seduto sullo sgabello da bar, una birra in mano e lo sguardo perso nel vuoto.
«Max ci credi che è riuscito a ricreare un sogno perso?»
Max sorrise, accendendo l’ennesima sigaretta.
«L’ha fatto, sì. E pure meglio di come ce lo sognavamo. Ma ora viene la parte dura: farlo un’altra volta, con tutti che guardano.»
Alex non parlava.
Era fuori, seduto sul gradino davanti al capanno, con la tuta ancora addosso e una birra in mano.
Guardava la macchina come si guarda una persona appena incontrata ma già familiare.
Non c’era solo orgoglio nei suoi occhi, c’era rispetto, e anche un filo di paura.
Perché sapeva che quella macchina non perdonava.
Dalla radio lasciata accesa in un angolo arrivava una voce roca che parlava di temporali in arrivo dal nord.
Il vento cominciava a muovere le foglie degli alberi, portando con sé un odore d’acqua.
Lele si alzò, si avvicinò a Alex e gli posò una mano sulla spalla.
«Bravo, bocia. Ma ricordati una cosa: la macchina non ti tradisce, finché la rispetti. Quando tu pensi di comandarla… allora ti castiga»
Alex annuì piano.
Poi, senza distogliere lo sguardo dalla sagoma coperta dell’E36, mormorò:
«Non voglio comandarla. Voglio solo capirla.»
Proprio in quel momento, un bip interruppe il silenzio.
Max prese il telefono dal banco degli attrezzi. Sullo schermo lampeggiava una notifica: una mail dall’organizzazione della gara.
La aprì, scorrendo il testo a voce alta.
“Gentile Team Squerciatombini,
a seguito della revisione tecnica del vostro nuovo veicolo, comunichiamo che il tempo di qualifica ottenuto a marzo non sarà ritenuto valido.
Di conseguenza, la vostra partenza è spostata in coda alla griglia.
Inoltre, sabato mattina, prima della gara, la direzione sportiva effettuerà una verifica completa per assicurarsi che la vettura rispetti i parametri del regolamento.”
Un silenzio pesante cadde sul gruppo.
Lele si tolse gli occhiali e li poggiò sul tavolo, fissando il vuoto.
«In coda alla griglia, eh?» disse piano, quasi sorridendo. «Meglio così. Ce li guardiamo tutti davanti. Ma avremo l’asfalto più sporco»
Max rise sommessamente, ma senza allegria.
«Loro non sanno nemmeno cosa gli sta arrivando addosso.»
Fu allora che il primo tuono esplose in lontananza.
In pochi minuti, il vento si fece più forte, la pioggia cominciò a battere sul tetto del capanno e l’odore di benzina lasciò spazio a quello dell’acqua e della terra.
Un temporale vero, e uno dentro ciascuno di loro.
Alex si alzò, camminò fino all’auto e sollevò un lembo del telo.
La guardò per un istante, poi lo rimise giù con cura.
Il fulmine illuminò il cortile per un attimo, mostrando tre sagome ferme, unite, sotto la pioggia.
Quel temporale non era solo meteorologico.
Era il segnale che la calma era finita, e che la tempesta, quella vera, stava per cominciare.
Capitolo 24 – La verifica
La mattina di sabato si presentò limpida e frizzante, con quel cielo autunnale che sembra fatto d’acciaio lucido.
L’aria odorava di benzina, gomme nuove e caffè dei baracchini.
Nel grande spiazzo di Santa Maria di Sala nel Veneziano, il parco chiuso era già un formicaio di persone: meccanici, piloti, curiosi e simpatizzanti dei team che correvano avanti e indietro tra furgoni e tende.
Ogni team aveva il suo spazio delimitato da transenne: l’auto da corsa al centro, il furgone di appoggio dietro, un camper o un motorhome di fianco.
E davanti, i gazebo degli sponsor, colorati e decorati come piccole fiere ambulanti.
Il venerdì sera era stata solo la festa d’ingresso, una lunga notte di motori accesi, risate e musica che si mescolava al ticchettio dei compressori, ma il sabato mattina, la gara cominciava davvero.
Giulia era già lì all’alba.
Con le sue amiche aveva montato il gazebo del Team Squerciatombini, un tavolo da due metri e mezzo pieno di t-shirt, cappellini e adesivi freschi di stampa.
C’era il logo con la scritta stilizzata e il simbolo del fulmine bavarese.
Le ragazze sistemavano tutto con precisione maniacale, mentre Giulia sorrideva con l’orgoglio di chi sapeva di aver dato un’anima alla squadra.
Era stata lei, infatti, a convincere Lele a finanziare il progetto con parte dei diecimila euro di sponsorizzazioni che aveva raccolto da piccole aziende locali, amici e officine.
Aveva tenuto i contatti, curato la comunicazione, fatto stampare il materiale promozionale e messo in piedi l’immagine del team.
Quando i ragazzi arrivarono col carrello, trovando lo stand già pronto e il logo che sventolava al vento, restarono per un attimo in silenzio.
«Oh, ma che roba è questa?» fece Max ridendo, scendendo dal furgone. «Siamo diventati professionisti?»
Giulia si mise le mani sui fianchi, finta offesa.
«Almeno qualcuno che lavora, qua dentro, ci voleva!»
Lele rise sotto i baffi, ma l’occhio gli brillava.
Era fiero di lei, anche se non lo diceva.
Alex, invece, guardava il gazebo come si guarda un traguardo lontano diventato reale.
Poi voltò lo sguardo verso l’E36, ancora sul carrello, coperta dal telo grigio.
Sapeva che tra poco l’avrebbero chiamata “in verifica”.
Verso le dieci, il sole era già alto e i commissari iniziarono a girare tra i box.
Gilet arancioni, taccuini in mano, sguardi esperti.
Quando arrivarono davanti al Team Squerciatombini, il silenzio calò per un momento.
« È questa la nuova iscritta al gruppo “Open Classic”?» chiese uno, sollevando il telo con delicatezza.
Sotto, l’E36 brillava come un’arma bianca.
Vernice perfetta, bulloni lucidati, assetto che sembrava scolpito.
Il commissario fischiò piano.
«Signori… qui c’è mano da intenditori.»
Lele si limitò a sorridere.
Max forniva i dati tecnici, Alex rispondeva alle domande sui componenti.
Ogni parte della macchina venne controllata: sicurezza, pesi, misure, impianto carburante, rollbar, rapporti del cambio.
Tutto perfetto.
Quando il commissario chiuse il taccuino, alzò lo sguardo.
«Regolare. Ma ricordatevi: partite ultimi in griglia.»
«Va bene così» rispose Alex con calma.
Il commissario lo fissò per un attimo, poi sorrise.
« Buona fortuna, ragazzo. Ti servirà.»
Proprio mentre il commissario se ne stava andando spuntò dalla folla Alfredo, era li, a braccia incrociate, con la sua tuta immacolata, sponsorizzata da cima a fondo, che lo faceva sembrare un pilota ufficiale finito per sbaglio in un raduno di periferia. Accanto a lui un paio di meccanici del suo team ridacchiavano sottovoce, guardando il gazebo degli Squerciatombini come se fosse una bancarella del mercato.
Alfredo puntò diritto su Alex che stavaancora pulendo un invisibile alone sul vetro della portiera.
«Allora è vero,» esordì Alfredo, con la voce carica di sarcasmo, «La fenice è risorta dalle ceneri. O forse… dai rottami del platano»
Alex si fermò, strinse lo straccio in mano fino a far sbiancare le nocche, ma non si voltò subito.
Sentì il respiro di Max farsi pesante accanto a lui e la mano di Lele che, con un gesto quasi impercettibile, si posava sulla chiave inglese sul banco, che non si sa mai.
«E’ bianca,» continuò Alfredo, facendo un altro passo verso la macchina, «Ma che bel colore, serve a coprire meglio le saldature fatte per raddrizzare il telaio?» A quel punto Alex gli si avvicinò fissandolo, «Non è raddrizzata, Alfredo,» Rispose Alex con la voce bassa e ferma, che i meccanici del rivale smisero di ridere. «Questa è nuova, e tu non hai idea di quanto sia veloce». Alfredo fece un sorriso tirato, «Partite ultimi Squerciatombini, troverete il tracciato sporco, ma dove volete andare, è meglio se vai piano e ti godi il panorama di quando stapperò il prosecco in cima il podio».
Alex fece un passo avanti, accorciando la distanza. Ora erano a pochi centimetri, Max appena dietro e Lele la chiave inglese la teneva in mano, «Il panorama cambierà presto,» disse Alex «Perché domani quando sentirai un urlo a novemila giri, capirai che non sono io ad inseguire il tempo migliore ma sarai tu a non sapermi eguagliare.»
Per un attimo la maschera di sicurezza di Alfredo vacillò, un dubbio gli attraversò lo sguardo poi mentre si girava sputò a terra un «Vedremo» sbrigativo, e se ne andò.
Lele sbuffò un fumo denso dalla sigaretta guardandolo allontanarsi «Bocia…» mormorò con mezzo sorriso «Mi sa che gli hai fatto girare le palle sto giro» Alex mentre guardava Lele, «Mi sa che ci sono riuscito, ma…Lele che ci fai con la chiave inglese in mano?» e fu li che i tre si guardarono e scoppiarono a ridere.
Proprio in quel momento, una voce familiare interruppe la scena.
«Oh, ma questi sì che sono gli Squerciatombini!»
Si voltarono tutti.
A pochi metri, in camicia chiara e occhiali da sole, c’era Nikos, con accanto Sofia e Katerina.
Erano arrivati dalla Grecia, ufficialmente “per un viaggio di lavoro”, ma gli occhi di Nikos raccontavano un’altra verità: voleva vedere la sua creatura in pista.
Alex lo abbracciò senza dire nulla.
Nikos passò una mano sul cofano dell’E36, come si accarezza un vecchio amico.
«Ah, bella mia… finalmente sei dove devi stare.»
Katerina guardava Alex con quel sorriso che mescolava orgoglio e nostalgia.
Sofia, invece, sistemava il foulard e commentava sottovoce:
«Almeno adesso capisco perché mio marito tornava a casa sempre coperto di grasso.»
Risero tutti, e per un attimo la tensione si sciolse.
Il sole si rifletteva sulla vernice bianca, le bandiere sventolavano, i cappellini del team si mescolavano alla folla.
Il giorno della verifica finì tra strette di mano, foto di gruppo e un vago senso di pace.
Ma sotto quella calma perfetta, qualcosa ribolliva:
il rombo del motore attendeva solo il segnale, e nel cuore di tutti c’era la stessa certezza,
la tempesta non era lontana.
Capitolo 25 – La vigilia
Il tardo pomeriggio di sabato portò con sé una luce dorata, quella che scende lenta sull’asfalto e rende tutto più nitido, più vero.
Gli organizzatori avevano annunciato la sessione di prova: tre passaggi completi sugli otto chilometri del tracciato, in rigoroso ordine di partenza.
Un’anteprima della gara, un assaggio della tempesta che li attendeva l’indomani.
Il Team Squerciatombini sapeva che sarebbero stati gli ultimi.
Eppure, nessuno ne faceva un dramma.
Lele, Max e Alex avevano imparato a fidarsi del tempo, e di se stessi.
Ora, più che mai, erano pronti a far parlare il motore.
Il sole cominciava a calare quando portarono l’E36 verso la linea di partenza.
La vernice bianca rifletteva le sfumature arancioni del tramonto, i cerchi lucidi, i fari che si accendevano uno a uno.
Il rombo del sei cilindri tagliava l’aria, limpido e rabbioso come un animale in gabbia.
Giulia, Lisa e Sara si erano strette vicino al gazebo, stringendo tra le mani i cappellini del team.
Tra la folla, anche Katerina e Nikos osservavano in silenzio, lui con le braccia incrociate, lei con lo sguardo carico di orgoglio e paura.
Alex indossò il casco, si allacciò le cinture a quattro punti, e chiuse gli occhi per un istante.
Inspirò lentamente.
Davanti a lui, la lunga striscia d’asfalto che si perdeva verso l’orizzonte.
Quella stessa strada che, mesi prima, gli aveva tolto tutto e ora glielo stava restituendo.
«Vai tranquillo, bocia» disse la voce di Lele all’interfono. «Ricorda: tre giri, sensazioni, non tempi. »
«Ricevuto» rispose Alex, ma la voce gli tremava appena.
Il semaforo si spense.
L’E36 scattò in avanti con un ruggito che fece vibrare l’aria.
I primi metri furono puliti, la macchina sembrava scivolare via leggera, incollata all’asfalto.
Ma poi arrivò quel tratto, la chicane prima del rialzo, il punto maledetto.
Alex rallentò appena, gli occhi larghi dietro la visiera.
Le mani strette sul volante, il piede sospeso sul gas.
Nell’interfono, silenzio.
Lele e Max si scambiarono uno sguardo teso.
«bocia, tutto bene?» chiamò Max.
Nessuna risposta.
Solo il suono del motore, poi un fruscio.
Il cuore del team si fermò per un istante.
Finché, dopo pochi secondi, la voce tornò.
«Tutto ok… ce l’ho fatta.»
Il sospiro di sollievo di Lele coprì il rumore del compressore.
Il primo giro finì così, tra adrenalina e battiti impazziti.
Al secondo passaggio, Alex sembrava un altro uomo.
Affrontò le chicane con decisione, il posteriore che accennava un movimento controllato, preciso, come una danza.
La macchina rispondeva con fedeltà assoluta, ogni comando un colpo di pennello.
Al terzo giro, non c’era più paura.
Solo ritmo, armonia, fiducia.
Il motore saliva fino a 9.000 giri, le marce entravano secche, perfette, e i ritorni di fiamma illuminavano l’imbrunire come scintille d’acciaio.
Ogni staccata era un colpo al cuore: i dischi da 330 mm si coloravano di rosso vivo, e il pubblico lungo la recinzione rimaneva muto, ipnotizzato.
Quando l’E36 tagliò la linea d’arrivo e tornò verso il parco chiuso, una piccola folla si era già radunata.
Lele e Max corsero verso di lui appena spense il motore.
Appena Alex scese, lo abbracciarono senza dire una parola.
Non serviva.
Si erano capiti.
Erano sopravvissuti, non solo all’incidente, ma alla paura stessa.
Lisa e Sara avevano gli occhi lucidi.
Giulia, dietro la macchina fotografica, cercava di nascondere le lacrime.
Katerina guardava la scena con un sorriso pieno di emozione, mentre Nikos stringeva le mani in tasca, nascondendo un orgoglio che non riusciva più a contenere.
Lì, sotto il cielo che si spegneva in arancio e viola, i tre amici capirono che il traguardo era già stato tagliato.
Non serviva una coppa per saperlo.
Un anno prima avevano assistito da spettatori.
Ora, erano i protagonisti.
Fu in quel momento che qualcuno del pubblico, guardando l’E36 parcheggiata sotto le luci dei box, sussurrò:
«Dio mio, ma cos’è quella roba? Un’auto o un aereo?»
E davvero, sembrava un aereo.
Veloce come un razzo, precisa come una katana giapponese, viva come il sogno di chi non si arrende.
La notte scese lenta, mentre nel parco chiuso si spensero i generatori uno dopo l’altro.
Il vento portava ancora l’odore di benzina calda.
Domani sarebbe stata la gara.
Ma, in fondo, loro avevano già vinto.
Capitolo 26 – L’alba della gara
All’alba di domenica i tre amici si alzarono dai letti del camper che avevano noleggiato per l’occasione.
L’aria era fresca e profumava di rugiada e benzina. Appena uscirono, trovarono Lisa già lì: era arrivata da poco e aveva preparato il tavolo sotto il tendalino del Ducato con un plumcake fatto in casa e due thermos di caffè bollente.
«Dai ragazzi che il sole mangia le ore!» gridò allegra.
Max scoppiò a ridere sonoramente, mentre Lele la abbracciò con un sorriso.
«Mi amor», le sussurrò.
Nel frattempo, il nostro impavido cavaliere, Alex, uscì dal camper in boxer e occhiali da sole, sbadigliando rumorosamente, ignaro che Lisa fosse già lì.
«Vergognati, Alex! Vatti subito vestire!» lo rimproverò lei ridendo, mentre gli altri due scoppiavano in una fragorosa risata.
Il tempo di fare colazione, fumare una sigaretta e in pochi minuti i tre erano già attorno all’E36 per controllare che tutto fosse in ordine.
Fu allora che Alex, con aria concentrata, lanciò la sua proposta folle:
«ragazzi, ieri al terzo passaggio nel tratto più veloce ho toccato i 230. Se cambiamo la coppia conica e ne mettiamo una più grande, avrei le marce più corte e riuscirei ad aggiungere qualcosa. Con i rapporti di ieri, se avessi un rettilineo più lungo potrei toccare i 280, ma tra una chicane e l’altra ci sono circa 900 metri...»
Lele e Max si scambiarono uno sguardo carico di preoccupazione.
«Tu sei fuori con tutto, caro,» disse Lele scuotendo la testa.
Max lo seguì a ruota: «Alex, te lo spiego con calma: per fare sta roba dobbiamo tirar giù il cambio… te ne rendi conto?»
Lele aggiunse: «Con il terzo passaggio che hai fatto ieri eri nei primi dieci. Non ti basta?»
Fu in quel momento che, alle loro spalle, una voce tonante ruppe il silenzio.
«Eh, ma lui vuol vincere, non partecipare!»
Era Mario Motorsport, con la sua tuta macchiata d’olio e un sorriso sornione.
«A che ora dovete avere l’auto pronta?» chiese, serio.
«due e mezza!» risposero i tre in coro.
Mario tirò fuori un taccuino dalla tasca della tuta e iniziò a scrivere nervosamente, calcolando a mente.
I tre lo guardavano immobili, in attesa.
Poi, alzando lo sguardo, esplose:
«Bene! Abbiamo sei ore e mezza per far toccare al nostro pilota i 250 all’ora nel tratto più lungo. Ieri ti ho cronometrato, e te ne sei uscito con un tre minuti e cinquanta. Se cambiamo la coppia conica e non fai cazzate, abbassi il tempo di tre secondi!»
Seguì un attimo di silenzio. Poi Mario batté le mani: «Dai giovanotti vi do una mano anch’io!»
In quel momento arrivò Nikos, che aveva sentito tutto il piano suicida.
«E se vi avanza una tuta da meccanico, qualcosa lo so fare anch’io,» disse con un sorriso da ragazzo.
Tutti scoppiarono a ridere.
Da lì in poi, fu un turbine di lavoro.
Max scollegò la batteria, e in un attimo l’auto era già sollevata da terra. Alex e Lele rimuovevano i semiassi e l’albero di trasmissione, mentre Nikos svuotava l’olio del cambio.
Max stava già scollegando sensori e raccordi posteriori, e Mario aveva in mano l’estrattore per il differenziale.
In men che non si dica avevano smontato corona, cuscinetti e pignone.
Attorno al box Squerciatombini si radunò una piccola folla di curiosi: non era cosa comune vedere un’operazione del genere in una manifestazione simile.
Tra bestemmie, imprecazioni e risate, l’aria vibrava di concentrazione e amicizia.
Quel giorno, alzarono l’asticella della professionalità.
Dopo che Max montò il nuovo pignone e la nuova corona, Mario cominciò a dargli indicazioni precise a memoria: precarico dei cuscinetti, misure del gioco tra dente e corona, regolazioni minuziose.
Nikos ricaricò il cambio con olio specifico, mentre Lele e Max rimontarono differenziale e semiassi.
Alle 13:00 in punto, la macchina era pronta.
Mario ottenne dai commissari un giro di prova eccezionale, con la scusa di “problemi al cambio”.
«Adesso fa un giro del tracciato, senza esagerare,» tuonò Mario.
Alex salì in macchina, chiuse la portiera e partì. Il motore risuonò potente, ma controllato.
Il giro fu pulito, senza intoppi: la meccanica era perfetta.
Quando tornò, i volti di tutti si illuminarono.
Poco dopo arrivarono Lisa, Sara e Katerina, con una pentola di spaghetti fumanti ai pomodorini e pancetta.
Li fecero sedere tutti a tavola, proprio davanti al box. Una scena bellissima: Nikos ancora con la tuta da meccanico, Mario che rideva con la bocca piena, e Alex con lo sguardo sereno.
Il facoltoso commerciante di frutta greco era tornato ragazzo, e il suo sorriso la diceva lunga.
Alle 14:30 sarebbe iniziata la gara.
Ma già allora, tra un boccone di pasta e una battuta, gli squerciatombini sapevano di aver fatto qualcosa di grande.
Capitolo 27 – La partenza
Dall’altoparlante dell’organizzazione arrivò l’annuncio: mancava mezz’ora alla partenza ufficiale.
La gara vera e propria. Due turni cronometrati lungo gli otto chilometri del tracciato.
Il percorso partiva da Mirano, scivolava tra le campagne di Pianiga e Caltana, attraversava Caselle di Santa Maria di Sala e tagliava la statale per Treviso. Poi, in un salto d’asfalto e adrenalina, entrava nel padovano, toccando Murelle, Villanova e Sant’Andrea di Campo d’Arsego
Otto chilometri rettilinei, di fossati e campi, che per un giorno univano due province in una sola grande festa di motori.
Due turni per la media finale ed il titolo di campioni
Un giro secco per il titolo di Fast Lap.
Solo mezz’ora li separava dal momento che aspettavano da un anno.
Un anno prima avevano soltanto un sogno e una macchina a metà.
Ora avevano un motore vivo, una squadra vera e la voglia di spiccare.
Non volevano soltanto correre.
Volevano farsi sentire.
Lasciare il segno.
Il pubblico, festante e curioso, cominciò ad assieparsi lungo le transenne.
I bolidi uscivano in ordine di partenza dal parco chiuso e si schieravano uno dopo l’altro.
I primi cinquecento metri del rettilineo erano riservati al riscaldamento di freni e gomme: in quel tratto non si vedeva quasi più l’asfalto, coperto da un velo scuro di gomma bruciata lasciato dalle prove di partenza.
Poi lo start.
Una dopo l’altra, le vetture venivano fatte partire a intervalli di sessanta secondi, proiettandosi via come missili lungo la striscia d’asfalto.
Il Team Squerciatombini ritardò al massimo l’accensione dell’E36 per evitare che si surriscaldasse da ferma.
Alex era già in auto, seduto e fissato al sedile con le cinture a quattro punti, immerso in una concentrazione totale.
Max e Lele discutevano sottovoce accanto alla macchina, attenti a non disturbarlo.
A cinque minuti dal loro turno diedero il segnale: procedura d’avvio.
Era ogni volta un momento da pelle d’oca.
L’accensione dell’E36 aveva qualcosa di trascendentale, cattiveria pura, meccanica da corsa, punto e basta.
Il motore esplose in un ruggito profondo.
Alex cominciò a zizzagare nei cinquecento metri liberi che gli erano concessi, poi invertì la marcia e tornò indietro, frenando copiosamente per scaldare i dischi da 330 millimetri.
Infine si allineò sulla linea di partenza.
Dall’interfono arrivò la voce di Lele:
« Divertiti, bocia!.»
Alex annuì con la testa.
Allo scattare del verde firmò una partenza da antologia.
Lo stacco della frizione fu perfetto: la macchina scattò come una fionda, la nuova rapportatura sembrava azzeccata.
Alex cambiava marcia con una sincronia di giri che pareva un cambio automatico.
All’interfono nessuno osava parlare: in lontananza, le cannonate dei cambi marcia rimbombavano come colpi d’artiglieria.
L’E36 schizzò via dal via come un proiettile, il sei cilindri urlava senza esitazioni, ogni cambiata una fucilata nell’aria limpida del pomeriggio.
Il rettilineo si apriva davanti a lui, infinito, tagliato da otto chicane artificiali, barriere di coni, new jersey e cordoli in plastica che spezzavano la velocità come un metronomo di pura follia.
Alex arrivò alla prima chicane a oltre duecento all’ora.
Staccata brutale, i dischi anteriori incandescenti, la macchina che oscillava ma restava dritta come su un binario.
Il posteriore accennò a scivolare, ma bastò un colpo di gas per riallinearla.
Poi via di nuovo, dritto, il contagiri che risaliva rabbioso, il motore in piena zona rossa.
Ogni chicane era una sfida tra istinto e controllo.
Le mani correvano sul volante, i piedi danzavano su frizione e freno come in una coreografia invisibile.
Ogni volta che usciva da una chicane, il pubblico esplodeva in un boato, le gomme lasciavano nuvole dense di fumo e il suono metallico del motore si rifletteva sulle barriere.
A metà percorso, l’E36 toccò i 250 all’ora.
Il vento sibilava attorno alla carrozzeria, l’asfalto vibrava sotto le ruote.
Lele e Max, nell’interfono, tacevano: c’era solo quel suono, quella sinfonia perfetta di meccanica e coraggio.
Ultima chicane.
Staccata pulita, precisa, poi gas pieno fino al traguardo.
Il motore salì ancora, rabbioso, come se non volesse finire mai.
Quando Alex tagliò la linea d’arrivo, la folla esplose.
Lele chiuse gli occhi, Max trattenne il respiro.
Tre minuti e quarantasette secondi.
Avevano appena riscritto la storia del Team Squerciatombini.